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Lettera da Tromsø

Lettera da Tromsø

Riflessioni a caldo (o a freddo?) dalla Norvegia del nord.

Sono arrivata a Tromsø alle 22:35 di una gelida sera di inizio novembre, con un aereo SAS partito da Roma qualche ora prima. Sola, con i miei vestiti più pesanti, sono partita dall’Italia lasciandomi alle spalle i rassicuranti 24 gradi dell’estate di San Martino, per andare incontro a temperature ben diverse: appena atterrata Il mio smartphone segnava 14 gradi sotto lo zero. Un freddo insolito in questo periodo, anche a Tromsø . Non avevo idea di come fosse la casa dove stavo per passare le settimane successive, non avevo mai visto Tor, il mio host, ma la sua ultima mail mi aveva trasmesso un inaspettato senso di tranquillità:

“Do you eat king crab?”

 Sapere che da qualche parte della Norvegia settentrionale qualcuno che non avevo mai visto prima stava preparando per me un pasto caldo – per di più una prelibatezza come il granchio reale – instillava in me un senso di fiducia che spazzava via gran parte della mia irrequietezza.

Se penso ai motivi che mi hanno portato quassù, nell’artico Nord, mi scappa un sorriso. Non posso fare a meno di pensare al potere della condivisione, alle coincidenze, all’energia che ci lega gli uni agli altri, in ogni parte del mondo.

All’inizio dell’estate una coppia di norvegesi è venuta nel ristorante della mia famiglia, situato in paesino dell’entroterra marchigiano, un piccolo borgo in collina che conta circa 700 anime. Inutile dirvi che quasi chiunque lo senta nominare dice: “Ah, Cossignano. E dove sta?”

Fatto sta che due norvegesi in vacanza nelle Marche hanno deciso di passare di lì per caso e di fermarsi a pranzo. Un po’ sorpresi dal fatto che la specialità della casa fosse lo stoccafisso, un pesce notoriamente pescato nelle acque cossignanesi – ma anche no – hanno attaccato bottone con mio fratello che ha subito colto l’occasione per parlare loro del mio desiderio di andare nella Norvegia del nord per studiare, ma di quanto i costi fossero proibitivi, soprattutto per quanto riguarda gli affitti.

“I have a friend that could host her” gli dice Sveirn, così si chiamava il norvegese.

Dopo essersi scambiati i contatti, non ho avuto notizie di Sveirn e del suo amico per settimane. Pensavo ovviamente che fosse stato tutto frutto di convenevoli, un pour parler illusorio che non mi avrebbe portato proprio da nessuna parte. Ma se c’è una cosa che questa esperienza mi ha insegnato sui norvegesi è che non parlano a sproposito e condividono, condividono moltissimo.

Dopo circa un mese mi arriva una mail da un certo Tor:

“Are you still looking for accomodation in Tromsø ?”

 Tor e sua moglie mi hanno accolto a braccia aperte. Mi hanno raccontato storie e parlato del loro amore per l’Italia, mi hanno ingozzato di salmone e portato a caccia di aurore boreali.

“You’re home now, feel at home”.

Non pensavo di poter ottenere qualcosa di simile da un passaparola random, da una coincidenza spropositata, da un paese freddo come la Norvegia. Un paese freddo, sì, ma scaldato dal cuore di persone inaspettatamente ospitali.

E non ho potuto fare a meno di pensare a quanto ci perdiamo noi italiani di provincia, terrificati dall’idea di far entrare estranei in casa, gratis per di più, giustificando tutto con 4 parole:

E se poi rubano?

Ma chi li conosce.

Forse un’altra volta.

Dopo questa esperienza mi sono promessa di prendere esempio da Tor e sua moglie: condividere di più, avere meno paura, meno pregiudizi, più gesti d’altruismo disinteressati.

Siamo tutti potenzialmente connessi, il resto sta a noi.

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