Fernweh: l’irrequietezza del viaggiatore

Fernweh: l’irrequietezza del viaggiatore

Una parola per insegnarmi che anche il tedesco può essere dolce.

Io che da quando studio lingue il tedesco l’ho sempre evitato come la peste, mi accorgo solo adesso che una delle mie parole preferite è, effettivamente, tedesca.

Supero il preconcetto che nella mia testa vede tedeschi perennemente incazzati che sputacchiano parole con la lingua incastrata tra i denti, e mi concentro su una parola dolcissima, musicale: Fernweh.

Ci sono concetti che nella nostra lingua non si possono esprimere con una sola parola e, a dire il vero, a volte non basta nemmeno una frase. Allora prendiamo in prestito parole altrui per identificare sensazioni universali come quella che è racchiusa dentro “Fernweh”.


Fernweh è la nostalgia della lontananza


Sentire la mancanza di posti in cui non si è mai stati, desiderare di essere altrove, in luoghi sconosciuti.
È una parola che va sussurrata e che non si traduce.
È desiderio e malinconia.

Fernweh è una sensazione che mi appartiene, che sento mia.
È l’inquietudine dell’esploratore, l’irrequietezza del viaggiatore. È quel bisogno di partire, Partire e basta.

Ma non esiste lo yin senzo lo yang e non esiste il Fernweh senza l’Heimweh, la nostalgia di casa. Il Fernweh muove l’uomo attraverso quella vocina interiore ereditata dai nostri antenati esploratori, nomadi, navigatori, avventurieri. Ma credo profondamente che ognuno di noi abbia un posto del cuore, un luogo nel mondo che chiama casa. Ed è qui che entra in gioco l’Heimweh: la parte di noi che quando partiamo ci fa dire “torno presto”.

Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta:

cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perchè.

I loro desideri hanno le forme delle nuvole.


(Charles Baudelaire)

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